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In Tanzania: Kigoma

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In Argentina: Posadas

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Benvenuto in Punto a Capo
 
 
Il silenzio.
 
Un mese.
Tanti flash back.
 
Scuola di Janda, Tanzania. Cerimonia di inaugurazione del pozzo finanziato da Renata e Bruno dopo il pump test della notte precedente, alla luce dei cellulari e con un po' di pressapochismo. Prendo la canna da dove esce acqua limpida e sana. Premo il dito sul getto per farla schizzare lontano. Gli alunni fuggono. Padre Evaristo si ritrova con la sua veste sacerdotale fresca di bucato macchiata di terra rossa.
I preti non bestemmiano. E non fumano.
Risate.
             
                 pozzo a Janda

I ragazzi dell’orfanotrofio Sanganiwa si ricordano di me. Si radunano in cerchio e cantano il loro inno, intervallato da urla ancestrali, dandomi di nuovo il benvenuto.  Riso, fagioli, carne, anguria. Today no ugali, please. Una bibita gassata come ricchezza. Distribuiamo zaini materassi pentole palloni.
Felicità.
 
                orfanatrofio Sanganiwa
 
Gli studenti che frequentano il corso per diventare infermieri professionali a Kasulu sono in aula. Parliamo delle borse di studio che verranno assegnate a sette di loro nel progetto di Punto a Capo. Sono attenti e interessati.
Speranze.
 
               corso di infermieri a Kasulu
 
Ladislao. Il negozio di libri e oggetti sacri vicino alla cattedrale di Kigoma. Comunità. Luogo di incontro. Umanità.  Bimbo di tre mesi nelle mie braccia e ….ooop----ooop----ooop.
Nostalgia. Lontananza. Margherita.
 
              Ladislao
 
La biblioteca e il corso di informatica alla scuola St. Mathias Mulumba. Mani che si sovrappongono e si congiungono piene di volontà. Il pranzo. Il taglio dei miei capelli per dimostrare il valore anche di un lavoro normale. Cori. Boy Scouts. Fango dopo una pioggia torrenziale. Professori con vestiti domenicali. Il miglior rapper. La frutta. Il racconto della mia esperienza dal 2004 in Argentina con progetti umanitari. Nenie di thank you. Il riapparire del sole. Il mio ballo demenziale.
Allegria.
 
              biblioteca scuola St. Mathias
 
Il funerale a Moshi di Richard, il sacerdote improvvisamente deceduto. 2500 partecipanti all’onoranza funebre officiata dal Vescovo Mlola, durata dalle 9 alle 14.30. Le urla strazianti della madre, sempre dolorosamente uguali in ogni parte del mondo. Le litanie sottovoce del coro. Io unico bianco. Tanti conoscenti di Kigoma che sono giunti in bus da 1500 km. e che sono ripartiti dopo un frugale pranzo. Sempre una preghiera di ringraziamento prima del cibo, dopo aver lavato le mani. Il Kilimangiaro innevato, intravisto verso sera in uno squarcio tra le nuvole.
Mestizia.
 
              Funerale a Moshi
 
Il viaggio con il Vescovo Mlola, carismatico e profondamente religioso. Abbiamo circumnavigato l’intero Kilimangiaro e costeggiato una sterminata vallata del Kenia. L’incontro con i suoi parenti a Rombo nella sua umile casa natale. Piante di banane, mango, avocado. Capre, mucche. Ci sediamo in circolo per sgranare le pannocchie e ridiamo della mia manifesta incapacità. I genitori sepolti in un campetto dietro un muretto di fango impastato.
Parco Tarangire. Giraffe, gazzelle, gnu, struzzi. Un leone, giovane lungo scuro ciondolante. Pic-nic. Scimmie. Tre secondi di disattenzione e zac, accalappiata la mela al pirla mzungu (parola che indica un bianco europeo e in questo caso lombardo).
Commedia all’italiana.
 
             le pannocchie nella caasa del Vescovo
 
 
Poi il difficoltoso rientro in Italia, con volo cancellato, tre giorni di attesa tra Kilimangiaro e Dar, un ultimo fortunoso Egypt Air, pasti di merendine e noccioline, una notte senza la minima sosta con i soliti ritornelli, si tolga cintura scarpe occhiali cappello pullover, ha febbre, da dove arriva, dove va, ha il visto, mi dia il PC, prenda il vassoio, ripassi, da qui non passa, la mia valigia, alzi le mani. La mascherina, ah, la mascherina, sorriso con dentatura bianca a iena, la mette perché lei ha corona o perché pensa che io abbia corona? Penso che sei un coglione con o senza corona.
Dar es Salaam, Nairobi, Addis Abeba, il Cairo. Aerei come luoghi di possibile contaminazione volante. Gente incosciente. Cambi di posto. E finalmente Malpensa.
 
Il silenzio.
 
Cupo. In una giornata di sole primaverile.
Assenza. Paura. Preoccupazione.
 
Ho avuto un lungo sonno riparatore. Oggi è il decimo giorno e non sono mai uscito da casa. Ho ascoltato ogni sintomo del mio corpo come se il mio cervello e le mie mani fossero un endoscopio. Non penso sia il mio momento per morire. Chissà. Apatia di pensiero, gesti, fatti. Sempre in attesa di una curva, di un dato, di un trend, picco o statistica. Perdita della nozione del tempo. Poi cerco altro. Apprezzo la casa grande, il cortile e il giardino. Ho acceso e lavato la mia auto ferma da un mese. Ho preparato un budino alla vaniglia. Divorato tagliatelle al ragù. Ho ascoltato Why di Annie Lennox e No Ordinary Love di Sade. Netflix a manetta. Sì, sono tornato a casa. Vuoti, ma tu sei accanto a me, Lorena. Sempre.
Vivo il presente. Non sono in vena di futuro. Ho l’ottimismo della non fine, generico e banale. Ho sempre fiducia nell’amore e nella magia della quotidianità. Piango ormai i miei vecchi ideali. Ho ancora delle illusioni. Non stilo propositi che sanno già di muffa e di superbia. Non immagino. Mi commuovo davanti agli strazianti filmati che ci mostrano i camion dei militari che portano le bare fuori Bergamo. Tutti gli uomini hanno una loro preziosa individualità, in questo caso perduta.
 
Ho sentito le vostre voci.
Ho visto noi dietro uno screen.
Ho la fede crollabile.
Siamo brava gente. Gli odiatori sono dei perdenti.
Amo l’Italia. Mi sento di questa Terra Madre.
Per ora non riesco a concentrarmi nella lettura, ma finirò Giorgio Fontana e il suo “Prima di noi”.
Senza calcio e la Juve, ma è in secondo piano.
Invece mi manchi tanto, Ciuffettin. E anche chi ti ha fatto genesi.
 
Nel lebbrosario di Kigoma mi sono soffermato a guardare una donna cieca che si porgeva al sole per sentirne il calore sul viso. Ha avvertito il mio avvicinarmi. Sapeva chi ero. Mi ha detto in uno stentato inglese: “ I like sun”.
Non ho saputo dire nulla. In sospensione.
Ho preso delle caramelle all’anice e gliele ho messe nel suo palmo. “Asante sana”.
 
            Donna cieca al lebbrosario           
 
Ho alzato gli occhi verso il tuo azzurro terso e ho udito un silenzio assordante.
Oh, Cielo Padre.
Parla.
 
Maurizio 
 
 
 
 
            
 
 
          
 
 
 
 
 
 
 
 

Punto a Capo -Via Solferino 2 -22060 Cabiate (CO)

Mail : puntoac@hotmail.it

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